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Elettrotecnica e Normative

Normative

Interruttori Magnetotermici e Differenziali: Funzionamento e Scatti Intempestivi legati alla Power Quality

Interruttori Magnetotermici e Differenziali: Funzionamento e Scatti Intempestivi legati a problemi di scarsa Power Quality

Introduzione: cosa sono i magnetotermici e i differenziali

Gli interruttori magnetotermici e differenziali sono dispositivi di protezione essenziali negli impianti elettrici industriali e del terziario. Essi garantiscono sicurezza per le persone e continuità di esercizio per le apparecchiature, intervenendo in caso di guasti come sovraccarichi, cortocircuiti o dispersioni verso terra. Capire il loro principio di funzionamento è fondamentale per i responsabili tecnici e gli energy manager che devono gestire impianti complessi.

Infatti in ambienti industriali possono verificarsi scatti intempestivi – aperture indesiderate dei dispositivi di protezione in assenza di un reale guasto. Questi interventi non voluti comportano interruzioni dell’alimentazione senza motivo e degradano la qualità e la continuità del servizi, con potenziali fermo-impianto e disagi produttivi. Spesso la causa va ricercata nei disturbi di Power Quality: armoniche, squilibri di tensione, fluttuazioni rapide (flicker), sovratensioni transitorie, etc. Nella seconda parte di questo articolo approfondiremo proprio il legame tra qualità dell’energia e scatti impropri, spiegando perché tali fenomeni disturbano le protezioni, come identificarli e misurarli, e quali soluzioni pratiche adottare per mitigarne gli effetti.

Interruttori Magnetotermici: Principio di Funzionamento

Un interruttore magnetotermico (IMT) è un interruttore automatico progettato per proteggere i circuiti da sovracorrenti, unendo due meccanismi di intervento in un unico dispositivo compatto. La protezione termica salvaguarda dai sovraccarichi prolungati: una lamina bimetallica attraversata dalla corrente si riscalda e, dilatandosi, deforma la propria forma fino a far scattare l’interruttore quando la corrente supera il valore nominale per un certo tempo. Questo elemento termico ha un’inerzia calibrata in modo da tollerare piccoli sovraccarichi temporanei (ad esempio spunti all’avvio di motori) ma intervenire se l’assorbimento eccessivo perdura, evitando surriscaldamenti dei cavi e dei carichi.

La protezione magnetica, invece, è dedicata ai cortocircuiti e alle correnti di picco violente. È costituita da un elettromagnete o solenoide calibrato: quando la corrente istantanea supera di molte volte la corrente nominale, il forte campo magnetico generato attrae un otturatore che provoca l’apertura quasi istantanea del circuito. In questo modo si interrompe rapidamente un cortocircuito limitando i danni (ad esempio previene che la corrente di guasto provochi l’incendio dei cavi o la distruzione dei componenti a valle). Il tempo di intervento magnetico è quasi immediato (pochi millisecondi), contrastando efficacemente i guasti bruschi, mentre la parte termica ha un ritardo intenzionale inversamente proporzionale all’entità del sovraccarico (curve di intervento di tipo ritardato inverso).

Ogni interruttore magnetotermico è caratterizzato da una curva tempo-corrente (curva di intervento) definita dalla normativa, che ne descrive la sensibilità magnetica. Ad esempio, in ambito civile sono comuni: curva B (intervento magnetico per correnti di 3–5 volte la In), curva C (5–10 × In, la più usata, adatta a carichi generali) e curva D (10–20 × In, per carichi molto induttivi con forti correnti di spunto). In contesti industriali esistono anche curve speciali come la K o Z, più adatte a proteggere, rispettivamente, circuiti con grossi motori/trasformatori oppure dispositivi elettronici molto sensibili. La scelta della curva adeguata assicura che l’interruttore non intervenga inopportunamente su correnti transitorie lecite (ad esempio l’avviamento di un motore in curva D), ma intervenga rapidamente sui guasti reali.

Interruttori Differenziali: Principio di Funzionamento

Gli interruttori differenziali (noti comunemente come salvavita, o RCCB/RCBO se combinati col magnetotermico) sono dispositivi di protezione che intervengono in caso di correnti di dispersione verso terra. Il loro funzionamento si basa sul principio del bilanciamento delle correnti nei conduttori attivi: all’interno del differenziale un toroide magnetico racchiude i conduttori di fase e neutro del circuito, fungendo da trasformatore di corrente. In condizioni normali, la somma algebrica delle correnti che percorrono fase + neutro è zero (tutta la corrente che va al carico nel conduttore di andata ritorna attraverso il neutro); il flusso magnetico nel toroide si annulla e il differenziale resta chiuso. Se invece parte della corrente sfugge attraverso un guasto a terra – ad esempio attraverso il corpo di una persona che tocca accidentalmente un conduttore in tensione – il bilancio tra fase e neutro non è più zero: la differenza (corrente differenziale) genera un flusso magnetico nel toroide che, superata una soglia prefissata (sensibilità I, tipicamente 30 mA per la protezione persone), attiva un relè di sgancio aprendo il circuito in pochi decimi di secondo. In tal modo l’interruttore differenziale interrompe l’alimentazione prima che la corrente di guasto possa causare folgorazione o incendi.

I differenziali si classificano in base alla forma d’onda delle correnti di dispersione che sono in grado di rilevare, secondo le norme IEC/EN dedicate. Le principali categorie sono:

  • Tipo AC: rileva solo correnti differenziali di forma sinusoidale alternata pura (50 Hz). È il tipo base, adatto a carichi esclusivamente resistivi senza componenti elettroniche.

  • Tipo A: rileva sia correnti sinusoidali sia correnti pulsanti unidirezionali (correnti con componente continua fino a 6 mA). Questo è il tipo più utilizzato in ambito generale, efficace anche in presenza di alcune sovratensioni impulsive (es. dovute a dispositivi elettronici o fulminazioni).

  • Tipo F: evoluzione del tipo A, progettato per funzionare anche con correnti differenziali a frequenza multipla rispetto ai 50 Hz o con componenti di diversa natura (tipiche di circuiti monofase con inverter o azionamenti elettronici). Gli interruttori tipo F assicurano un’elevata resistenza agli scatti intempestivi grazie a un breve ritardo intenzionale incorporato, che previene interventi indesiderati migliorando la continuità di servizio.

  • Tipo B: sensibili a correnti differenziali sia AC sia DC anche di elevata componente continua o ad alta frequenza. Sono impiegati in circuiti con convertitori a frequenza variabile, raddrizzatori, impianti fotovoltaici, colonnine di ricarica EV, dove possono circolare correnti di guasto con componente continua oltre i limiti gestibili dai tipo A/F.

Nei quadri elettrici, spesso la protezione differenziale è combinata con quella magnetotermica in un unico dispositivo (magnetotermico differenziale o RCBO) che unisce entrambi i principi: così si ottiene protezione completa da sovraccarichi, cortocircuiti e guasti verso terra in un solo apparecchio compatto per ciascun circuito. In alternativa, si possono avere interruttori differenziali puri (RCCB) a monte e magnetotermici in serie a valle. In ogni caso, una corretta coordinazione tra i dispositivi (selettività) è importante: ad esempio, in un impianto con più livelli di protezione differenziale, si impiegano spesso differenziali “S” selettivi (a intervento ritardato e più immuni ai disturbi) a monte e differenziali immediati ad alta sensibilità a valle, in modo che un eventuale guasto a terra venga eliminato solo dal dispositivo più vicino al guasto, evitando di togliere tensione all’intero impianto.

Un differenziale privo di magnetotermico , ma predisposto per accoppiamento con un magnetotermico
Figura : un esempio di differenziale privo di magnetotermico , ma predisposto per essere accoppiato ad un magnetotermico 

Scatti Intempestivi e Power Quality negli Impianti Industriali

Scatto intempestivo è il termine usato per indicare l’intervento indesiderato di un dispositivo di protezione in assenza di un guasto effettivo nell’impianto. Questo fenomeno è particolarmente critico negli impianti industriali e del settore terziario, dove un’interruzione imprevista dell’alimentazione può fermare linee produttive, sistemi informatici o servizi critici, causando perdite economiche e rischi per la sicurezza. Come anticipato, molte attivazioni improprie – specialmente dei differenziali ma talvolta anche dei magnetotermici – sono riconducibili a problemi di qualità dell’energia elettrica (Power Quality).

Per Power Quality si intende l’insieme delle caratteristiche della tensione e corrente di alimentazione che ne definiscono la “qualità” e idoneità all’uso: forma d’onda sinusoidale regolare, ampiezza e frequenza stabili entro tolleranze, assenza di disturbi o interruzioni. Nei contesti moderni, l’ampia diffusione di carichi elettronici e non lineari (azionamenti a velocità variabile, convertitori statici, alimentatori switching, lampade a LED con driver, ecc.) e i complessi sistemi di distribuzione comportano spesso una degradazione della qualità della fornitura elettrica. Di seguito analizziamo le principali perturbazioni di Power Quality che possono provocare scatti impropri delle protezioni, e il meccanismo con cui ciò avviene:

  • Armoniche di corrente e tensione: Le armoniche sono componenti sinusoidali a frequenze multiple della fondamentale di rete (50 Hz), che deformano la forma d’onda originaria. Sono generate da carichi non lineari (inverter, saldatrici, alimentatori elettronici, ecc.) che assorbono corrente in modo distorto invece che sinusoidale puro. Le armoniche di corrente non producono effetto utile ma circolano nel sistema elettrico causando vari problemi: ad esempio surriscaldamento dei conduttori di neutro (le armoniche di ordine 3 e multipli dispari, dette triplette, si sommano nel neutro invece di annullarsi), perdite addizionali nei trasformatori, vibrazioni e sovratensioni di risonanza sui condensatori di rifasamento. Dal punto di vista delle protezioni, un alto contenuto armonico implica correnti efficaci (RMS) più elevate a parità di potenza trasferita: dunque un magnetotermico può trovarsi a intervenire termicamente perché la corrente distorta (ricca di armoniche) ha un valore efficace superiore al previsto, anche se la componente fondamentale sarebbe sotto il limite. Inoltre, le armoniche ad alta frequenza possono interferire coi differenziali: correnti di guasto ad alta frequenza oppure componenti in continua possono saturare parzialmente il toroide o non essere adeguatamente rilevate da un differenziale di tipo AC standard, inducendo scatti indesiderati o mancati interventi corretti. Ad esempio, frequenti casi di scatto intempestivo nei differenziali derivano da correnti di dispersione con contenuto armonico: molti dispositivi elettronici immettono piccole correnti verso terra tramite filtri EMI (condensatori tra fase/neutro e terra). Se nella rete sono presenti numerose apparecchiature di questo tipo, le loro correnti di dispersione si sommano; in presenza di armoniche a più alta frequenza, la reattanza capacitiva di questi filtri diminuisce e le correnti disperse aumentano, avvicinandosi alla soglia di intervento differenziale. In pratica, anche senza un guasto, il differenziale misura un residuo permanente (fuga capacitiva) di alcuni mA: valori che, se raggiungono o superano ~50% della sensibilità, rendono molto probabile uno scatto intempestivo ad ogni ulteriore piccolo disturbo. Non a caso, norme tecniche consigliano di mantenere la somma delle correnti di dispersione “permanenti” sotto circa il 30% della Idn del differenziale, proprio per evitare interventi spurii.

  • Squilibri di tensione: Un squilibrio si ha quando le tre fasi di un sistema trifase non presentano tensioni uguali (in modulo e angolo). Tipicamente avviene per distribuzione disomogenea dei carichi monofase sulle tre fasi, o per guasti su una fase. Anche squilibri modesti (es. 2–3% di differenza di tensione tra le fasi) possono innescare effetti amplificati: nei motori trifase, ad esempio, uno squilibrio del 2–3% in tensione può generare oltre il 20% di squilibrio nelle correnti assorbite, causando surriscaldamenti di oltre 30 °C nei loro avvolgimenti. Ciò può far scattare protezioni termiche o magnetotermiche dei motori, pur senza un sovraccarico apparente, semplicemente perché una fase è più stressata. Uno squilibrio di tensione inoltre crea una componente di sequenza negativa che riduce la coppia dei motori e aumenta le perdite. Per i differenziali, lo squilibrio in sé non causa direttamente scatti (finché tutta la corrente di ogni fase ritorna sul neutro, il bilancio resta nullo), ma indirettamente può contribuire a disequilibri di corrente e maggiori correnti di neutro: se un neutro comune è percorso da correnti elevate per squilibri, e magari alcuni cavi condividono tratti con terra o schermi, può indurre dispersioni anomale. In generale, lo squilibrio è un indice di scarsa qualità che può accompagnarsi ad armoniche o altri problemi. La norma EN 50160 raccomanda per le reti pubbliche di bassa tensione di mantenere lo squilibrio (rapporto componente inversa/diretta) sotto il ~2% per il 95% del tempo. Squilibri marcati richiedono azioni correttive, ad esempio riequilibrando i carichi sulle fasi o installando uno stabilizzatore di tensione che compensi automaticamente le differenze fase-fase.

  • Flicker (Variazioni rapide di tensione): Il flicker è un fenomeno di lampeggiamento delle luci causato da rapide e ripetitive oscillazioni della tensione di alimentazione. È tipicamente originato dall’inserzione o variazione brusca di carichi di grande potenza: avviamenti di grossi motori, saldature ad arco, forni elettrici, ecc., che causano cali di tensione momentanei e ripetitivi. Dal punto di vista della Power Quality, il flicker è misurato tramite l’indice Pst (short term flicker) che non dovrebbe superare 1.0 (valore relativo alla percezione umana) per il 95% del tempo secondo EN 50160. Sebbene il flicker in quanto tale non faccia scattare direttamente un magnetotermico o un differenziale (non è un guasto, ma una serie di piccole fluttuazioni), i suoi effetti possono essere indiretti: forti variazioni cicliche di tensione sollecitano i componenti e possono ad esempio provocare falsi interventi di relé di minima tensione, riavvii indesiderati di apparecchiature elettroniche e, se combinati con altre perturbazioni, possono aumentare la probabilità di scatti intempestivi. Un impianto affetto da flicker severo è spesso soggetto anche ad altri disturbi (armoniche elevate, transitori frequenti), dunque il flicker è un segnale spia di condizioni di esercizio stressanti che meritano approfondimento.

  • Sovratensioni transitorie: I transienti o sovratensioni impulsive sono picchi di tensione brevissimi (da microsecondi a pochi millisecondi) ma di ampiezza molto elevata, che si propagano sulla rete. Possono essere causati da fulmini (scariche atmosferiche indirette sulle linee) oppure da manovre elettriche (ad es. inserzione o disinserzione di condensatori di rifasamento, sgancio di carichi induttivi, riaccensione dopo un blackout, ecc.). Un transitorio tipico può superare il 110%–150% della tensione nominale per brevissimo tempo. Questi impulsi di tensione si accoppiano nei circuiti e possono generare correnti impulsive attraverso capacità parassite verso terra o tramite scaricatori e protezioni: ad esempio, all’accensione di grandi motori o durante un fulmine distante, i condensatori verso terra (filtri EMI) possono improvvisamente scaricare qualche ampere verso terra per pochi millisecondi. Un differenziale standard di tipo AC o A potrebbe interpretare questo impulso come una dispersione e scattare intempestivamente. Allo stesso modo, un picco di corrente molto ripido su una fase può indurre, tramite accoppiamenti, un passaggio transitorio di corrente nel conduttore di terra o uno sbalzo nel sensore differenziale. Le sovratensioni possono anche portare ad un guasto reale (es. rottura dell’isolamento in un apparetto), ma spesso prima che ciò accada possono generare falsi interventi delle protezioni se queste non hanno adeguata immunità.

In sintesi, una scarsa Power Quality – con alti livelli di distorsione armonica, marcati squilibri, flicker frequente o transienti/rifasamenti bruschi – può creare condizioni anomale in cui gli interruttori di protezione aprono il circuito senza che vi sia un guasto. Per individuare esattamente quale fenomeno stia causando scatti intempestivi, occorre passare all’analisi strumentale dei disturbi.

Identificazione e Misura dei Disturbi di Power Quality

La diagnosi dei problemi di Power Quality si effettua mediante misure mirate dei parametri elettrici e l’osservazione correlata degli eventi di scatto. I passi principali per identificare e quantificare i disturbi includono:

  • Misura della distorsione armonica (THD): La Total Harmonic Distortion è l’indicatore percentuale che esprime il livello globale di armoniche presenti rispetto al valore fondamentale. Si calcola separatamente per corrente (THDI) e tensione (THDU). Un analizzatore di rete raccoglie i valori delle singole armoniche (di solito fino al 40° ordine o più) e calcola la THD per la tensione (analogamente per la corrente). In un sistema ben comportato, la THDU dovrebbe restare bassa (tipicamente qualche %). La norma EN 50160, ad esempio, fissa per la tensione di alimentazione un limite di THDU dell’8% (valutato su una settimana) da non superare nel 95% del tempo. Se dalle misure risulta che la THD di tensione è vicina o supera tale soglia, significa che la forma d’onda è significativamente deformata. Ancora più importante in ottica di scatti intempestivi è misurare la THD di corrente sui circuiti dove intervengono le protezioni: una THDI molto elevata (anche >50% in certi casi con molti carichi elettronici) indica che gran parte della corrente non è fondamentale a 50 Hz ma armonica – situazione che, come visto, può innescare interventi termici indesiderati nei magnetotermici e sovraccaricare il neutro. Analizzando con lo strumento la spettrografia delle armoniche, si può spesso identificare il colpevole: ad esempio, predominanza della 5ª e 7ª armonica indica inverter o drive trifasi, molta 3ª armonica indica molti carichi monofase con alimentatori switching, ecc. Confrontare i livelli di armoniche a monte e a valle di specifici carichi permette di isolare quali apparecchiature immettono i disturbi maggiori.

  • Monitoraggio di eventi transitori e rapid voltage changes: Per cogliere sovratensioni impulsive o rapidi cambi di tensione, è necessario un analizzatore che campioni ad alta velocità o un registratore di transitori. Strumenti di classe IEC 61000-4-30 Class A sono in grado di rilevare automaticamente e con precisione eventi come picchi di tensione, buchi di rete (dips), rapidi abbassamenti o innalzamenti, fornendo timestamp e durata. Ad esempio, se i differenziali scattano principalmente durante temporali o all’accensione di grandi motori, il logger PQ evidenzierà picchi di tensione (es. +150% per 200 microsecondi) coincidenti con gli eventi di scatto, confermando il nesso causa-effetto. Si può anche utilizzare un oscilloscopio con trigger su surges per catturare la forma d’onda anomala. Inoltre, misurare il creep di corrente differenziale (le dispersioni presenti in condizioni normali) con una pinza amperometrica ad alta sensibilità intorno ai cavi può aiutare: se un circuito ha già, ad esempio, 10–12 mA di dispersione “di base” su un differenziale da 30 mA, basterà un impulso aggiuntivo di pochi mA a farlo scattare. In tal caso, l’analisi deve concentrarsi su quale gruppo di apparecchiature genera tale dispersione continua.

  • Analisi di squilibri e flicker: Un buon analizzatore di rete misura anche lo squilibrio di tensione (% di componente inversa) e l’indice Flicker Pst secondo IEC 61000-4-15. Registrando questi parametri per alcuni giorni, si può verificare se la fornitura elettrica rientra nei limiti contrattuali e normativi (EN 50160 prescrive ad esempio ±10% max di variazione di tensione, squilibrio <2–3%, flicker Pst < 1 per il 95% del tempo, etc.). Se gli scatti intempestivi coincidono con momenti di forti variazioni di carico, l’analisi potrebbe mostrare ad esempio che durante l’avvio di un grosso compressore la tensione scende dell’15% causando un buco di rete con Pst elevato: informazioni che suggeriscono di intervenire su quel carico (con avviatori soft-start, compensatori dinamici di tensione, etc.).

In generale, l’utilizzo di strumenti certificati Classe A secondo IEC 61000-4-30 garantisce misure affidabili e confrontabili dei parametri di Power Quality. I dati raccolti vanno poi confrontati con gli eventi di scatto intempestivo delle protezioni: la correlazione temporale tra un disturbo e l’apertura di un interruttore fornisce la chiave per identificare la causa. Ad esempio, se il differenziale generale scatta sempre intorno alle 22:00 quando entrano in funzione dei grandi forni, e l’analizzatore mostra in quei momenti un THD di corrente altissimo e un picco di dispersione verso terra, è probabile che i forni stiano generando armoniche o correnti di fuga che attivano la protezione.

Soluzioni e Mitigazioni per Scatti Impropri

Identificata la causa o i disturbi responsabili, è possibile implementare diverse soluzioni tecniche per eliminare o almeno ridurre drasticamente gli scatti intempestivi. Spesso è necessario combinare più interventi, affrontando sia il lato disturbo (migliorando la power quality) sia il lato immunità delle protezioni. Di seguito alcune azioni pratiche ed accorgimenti utili:

  • Filtraggio delle armoniche: Per ridurre il contenuto armonico nelle correnti di impianto, si possono installare filtri armonici passivi oppure filtri attivi. I filtri passivi sono circuiti risonanti tarati su specifiche frequenze (es. L-C per 5ª, 7ª armonica) che assorbono selettivamente quelle componenti, alleggerendo il resto dell’impianto. I filtri attivi sono convertitori elettronici che monitorano la corrente e iniettano la forma d’onda opposta alle armoniche misurate, cancellandole in tempo reale. Un approccio minimo, in presenza di rifasamento a capacitori, è l’uso di induttanze di blocco sulle batterie di condensatori: ciò evita che i condensatori amplifichino le armoniche (risonanza) e riduce le correnti armoniche circolanti. Il risultato è una corrente più sinusoidale e minori rischi di interventi termici dei magnetotermici o di surriscaldamento dei neutri. Riducendo le armoniche si ottiene anche un miglioramento generale dell’efficienza energetica e si allungano i tempi di vita di motori e trasformatori.

  • Adozione di interruttori differenziali ad alta immunità: Dal lato delle protezioni, una soluzione immediata è sostituire i differenziali standard con modelli progettati per resistere ai disturbi. In commercio esistono differenziali detti “antiperturbazione” o ad alta immunità: tipicamente sono di tipo A (o F) con immunità rinforzata oppure differenziali con sigla specifica (ad esempio APR per alcuni produttori). Questi dispositivi integrano accorgimenti costruttivi per non reagire a transitori brevissimi e per tollerare correnti impulsive di elevata ampiezza senza scattare. Ad esempio, un differenziale selettivo o ad alta immunità ha un piccolo ritardo intenzionale (nell’ordine di qualche millisecondo o decina di ms) che filtra i disturbi molto brevi. Inoltre, ha una maggiore resistenza ai picchi impulsivi: mentre un differenziale AC standard può scattare con un impulso di 250 A di picco (onda 8/20 µs), dispositivi immunizzati possono sopportare impulsi di 3000 A o superiori senza intervento. In pratica, ciò significa che un fulmine lontano o lo spunto di un condensatore non faranno aprire il differenziale principale. È importante selezionare il tipo corretto in base ai carichi: per circuiti con elettronica di potenza (inverter, UPS, azionamenti), usare almeno differenziali tipo A o tipo F invece dei tipo AC; per sistemi con componenti in continua significative (es. impianti fotovoltaici, drive a velocità variabile trifase) impiegare differenziali tipo B. In cascata, prevedere a monte dispositivi selettivi (tipo S) a sensibilità più alta (100 mA o 300 mA) che fungano da protezione generale immune ai disturbi, mentre a valle utilizzare differenziali immediati a sensibilità fine (30 mA) solo dove serve protezione personale: questa configurazione garantisce sicurezza ma evita che un singolo evento disturbi tolga tensione all’intero impianto.

  • Limitare le dispersioni e suddividere i circuiti: Come accennato, un fattore determinante per i falsi scatti dei differenziali è l’accumulo di correnti di dispersione ordinarie dovute a tanti dispositivi. Una buona pratica progettuale è limitare il numero di apparecchiature per ogni RCD: ad esempio, invece di un unico differenziale da 30 mA a monte di molte linee, suddividere i carichi su più differenziali (magari uno per reparto o per tipo di utilizzo). Questo confinamento riduce la somma delle correnti disperse su ciascun dispositivo, e localizza eventualmente i guasti reali. Inoltre, se possibile separare le linee con maggiori dispersioni (es. illuminazione con tante lampade elettroniche, o circuiti con molti computer/UPS) dedicando loro differenziali indipendenti: in tal modo, anche se una linea del genere avrà un alto livello di dispersione, non influirà sulle altre. Un altro accorgimento è ridurre la capacità verso terra dei cavi: cavi molto lunghi o di sezione elevata hanno capacità distribuita che genera correnti di dispersione capacitive. In impianti estesi, si può valutare l’impiego di cavi a trecciuola o con schermo collegato a terra da un solo lato, per minimizzare correnti capacitive, oppure utilizzare differenziali a soglia leggermente superiore (es. 100 mA) per le linee lunghissime dove non siano richiesti 30 mA per contatto diretto. In ogni caso, conoscere quanta corrente di fuga statica ha ogni circuito (misurandola con idonee pinze) permette di dimensionare opportunamente numero e sensibilità dei differenziali.

  • Correzione degli squilibri e stabilizzazione della tensione: Se l’analisi di rete evidenzia squilibri consistenti o buchi di tensione frequenti, potrebbe essere necessario intervenire sulla distribuzione dei carichi o aggiungere apparecchiature di compensazione. Ad esempio, riequilibrare i carichi monofase spostando alcune utenze da una fase sovraccarica a un’altra meno utilizzata riduce lo squilibrio di tensione. Per fluttuazioni di tensione dovute a carichi variabili, si possono installare stabilizzatori di tensione elettronici o sistemi UPS con regolazione, che mantengono l’uscita entro limiti accettabili anche quando la rete oscilla. In casi più complessi (es. presenza di macchinari che generano flicker intenso come saldatrici o laminatoi), si può optare per compensatori dinamici di var del flicker o filtri attivi di tensione: dispositivi in grado di iniettare potenza reattiva rapidamente per smorzare le oscillazioni di tensione. Sebbene queste soluzioni siano più rivolte a migliorare la qualità dell’energia fornita alle utenze (con benefici sulla vita delle macchine), indirettamente aiutano anche a prevenire interventi impropri di protezioni sensibili a certe soglie (ad es. relé di minima tensione, dispositivi di controllo che altrimenti riarmerebbero, ecc.).

  • Protezione contro sovratensioni transitorie: Per ridurre l’impatto dei transienti, è buona norma dotare gli impianti di SPD (Surge Protective Devices) opportunamente coordinati. Uno scaricatore di sovratensione a monte (tipo II o combinato Tipo I+II se c’è rischio fulmini diretto) devierà a terra i picchi oltre soglia, proteggendo sia le apparecchiature sia – incidentalmente – prevenendo che quel picco viaggi nei differenziali a valle. Attenzione però: gli SPD di tipo limitatore (varistori) hanno una piccola corrente di dispersione continua e in caso di forte sovratensione scaricano verso terra, quindi vanno scelti SPD con basso leakage e preferibilmente coordinati con differenziali selettivi (un SPD ben dimensionato comunque ridurrà il picco a un livello che i differenziali immunizzati possono reggere senza scattare). Anche l’uso di reti di terra ben progettate aiuta: assicurare basse impedenze di terra fa sì che i disturbi impulsivi si scarichino rapidamente a terra senza “attraversare” percorsi indesiderati.

  • Formazione e manutenzione preventiva: Infine, oltre agli interventi tecnici, va considerato l’aspetto gestionale. I responsabili tecnici dovrebbero mantenere un registro degli scatti intempestivi, annotando date, orari e condizioni operative al contorno: ciò facilita l’individuazione di pattern (es. sempre a inizio turno di una certa macchina). Una manutenzione elettrica preventiva può evitare molte cause di disturbo: ad esempio il serraggio periodico dei collegamenti del neutro (un neutro allentato crea sbilanciamenti e sovratensioni sui carichi monofase), la verifica dei condensatori di rifasamento (se degradati, possono causare armoniche elevate o esplodere causando transienti), la pulizia dei quadri da polvere e umidità (per evitare correnti di dispersione superficiale). Anche aggiornarsi sulle normative e sulle soluzioni tecnologiche (nuovi tipi di interruttori differenziali, analizzatori di rete avanzati, etc.) fa parte delle buone pratiche per un energy manager consapevole.

Suggerimenti

Trattare gli scatti intempestivi come preziosi campanelli d’allarme. Invece di limitarsi a riarmare un interruttore che “inspiegabilmente” è scattato, conviene investigarne le cause: spesso è l’occasione per scoprire un problema latente di power quality o un errore di coordinamento nell’impianto. Risolverlo in modo sistemico porterà benefici duraturi all’azienda, sia in termini di sicurezza elettrica sia di efficienza operativa.

 

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Classificazione degli UPS : Online Doppia Conversione, Line Interactive, VFI, VI, VFD. Guida Elettrotecnica Norme CEI Lettera U

 UPS - GRUPPI STATICI DI CONTINUITA'

I gruppi statici di continuità o UPS ( dall'acronimo inglese uninterruptible power supply ) sono apparecchiature elettriche che servono a garantire la continuità e la qualità dell'alimentazione elettrica a carichi che necessitano di tensione stabile e di qualità.

Si è volutamente citata la qualità della tensione a fianco della continuità della tensione , perché i gruppi statici di continuità , a differenza dei gruppi elettrogeni , proteggono le apparecchiature non solo da assenze di tensione di durata apprezzabile dall'uomo ( di durata da qualche secondo in su ) , ma anche interruzioni di frazioni di secondo , abbassamenti di tensione , ecc

Particolari tipologie di UPS , che vedremo fra poco , sono infatti impiegate anche in tutte quelle applicazioni in cui la tensione non solo deve essere continua , ma anche di buona qualità. Proteggono infatti da tutta un'altra serie di anomalie della tensione che non rientrano fra le interruzioni : sovratensioni , variazioni di frequenza , spikes , ecc.

Per questi motivi , nella scelta di un Gruppo Statico di continuità , vanno considerate non solo la potenza in relazione al carico da alimentare , l'autonomia , il tipo di ingresso e di uscita ( monofase e trifase ) , ma anche la tecnologia realizzativa , che viene comunemente suddivisa in : Offline , Online Doppia Conversione , Line Interactive. Di seguito andremo a presentare a grandi linee le caratteristiche di queste tipologie , poi vedremo come essere sono classificate dalla norma che regola questa classificazione : la CEI EN 62040-3 .

UPS Offline o Standby : questi gruppi di continuità sono i più semplici e al tempo stesso i più economici , perché finché c'è tensione in ingresso , la forniscono direttamente all'uscita così com'è. In caso di assenza di tensione , commutano invece sull'uscita la tensione prodotta tramite batterie e inverter. Si intuisce facilmente che questo genere di UPS può garantire continuità ma non qualità di tensione al carico , perché eventuali disturbi vengono riportati anche all'uscita.

UPS Line Interactive : in questi UPS quando c'è tensione in ingresso , questa viene riportata in uscita ma passando per un dispositivi stabilizzatori di tensione ( AVR , Automatic Voltage Regulator ) . L'inverter e le batterie vengono coinvolte quando la tensione di rete è assente ( o esce da un determinato range di parametri ? ). Rispetto agli UPS offline , questi gruppi di continuità operano quindi una "pulizia della tensione",  ma riguarda soprattutto la tensione ( contro sovratensioni e sottotensioni ( brown out ) , meno la frequenza e altri disturbi. 

UPS Online a Doppia Conversione : in questi UPS l'inverter e la batteria sono sempre in funzione , quindi l'onda sinusoidale in uscita viene sempre ricreata e i disturbi presenti nella tensione in ingresso non si ripercuotono sull'uscita. E' chiaro che questo genere di gruppi di continuità sono quelli che , oltre a garantire la continuità , forniscono la maggior pulizia e qualità della tensione.

Le tre descrizioni precedenti trovano immediata corrispondenza nella classificazione degli UPS secondo la norma CEI EN 62040-3 : tale classificazione prevede infatti tre sigle , la prima delle quali ha una corrispondenza 1:1 con le tecnologie Offline , Line Interactive , Online Doppia Conversione.

Vediamo nel dettaglio tale classificazione :

1) la prima sigla definisce la relazione fra uscita e ingresso.

1A) Si parla di UPS VFI ( Voltage and Frequency Independent ) quando sia la tensione che la frequenza dell'uscita sono indipendenti da tensione e frequenza dell'ingresso. E chiara la relazione fra UPS VFI e UPS Online Doppia Conversione . 

1B) Si parla di UPS VI ( Voltage Independent ) , quando solo la tensione in uscita è indipendente da quella in ingresso. E' appunto il caso degli UPS Line Interactive

1C) Si parla di UPS VFD ( Voltage and Frequency Dependent ) quando né la tensione né la frequenza dell'uscita possono dirsi indipendenti . Si tratta , come visto sopra , degli UPS Offline .

2) La seconda sigla definisce la distorsione della forma d'onda d'uscita ( sinusoidale e non sinusoidale )

3) La terza sigle definisce le modalità di inserzione del carico

Bibliografia e libri per approfondire :

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Le classi di purezza dell'aria compressa secondo la norma ISO8573-1:2010. Automazione pneumatica e Industria 4.0

Le classi di purezza dell'aria compressa secondo la norma ISO8573-1. Automazione pneumatica e Industria 4.0

L'aria compressa resta un sistema fondamentale nei sistemi di produzione anche ai tempi dell'industria 4.0 e restano, inoltre, un componente importante di tutti quei componenti pneumatici dell'automazione industriale. In questo articolo vediamo un aspetto importante di questi sistemi, ovvero la qualità dell'aria compressa.

 

A cosa servono i sistemi di trattamento aria

Nell'aria compressa sono infatti contenuti umidità, impurità e residui di olio ( solitamente generato dai compressori dove la pressione viene generata ) che, se superano determinati valori, possono causare malfunzionamenti e blocchi della produzione. Pensiamo inoltre ad applicazioni particolari come l'industria alimentare, quella farmaceutica o gli ambienti ospedalieri, dove la presenza di queste impurità non può essere tollerata. A tale scopo ai compressori vengono affiancati dei sistemi di trattamento aria, che provvedono ad inviare lungo il circuito aria purificata ad essiccata.

Per l'essiccazione, in particolare, si utilizzano i cosiddetti essicatori che possono essere:

  • - essiccatori a refrigerazione ( essiccatori firgoriferi )
  • - essiccatori ad estrazione.

Per avere un'idea di quali siano le caratteristiche degli essiccatori per aria compressa basta consultare un catalogo di essiccatori, come ad esempio quello del sito compressoriaria.it

La Norma ISO 8573-1

La norma di riferimento per definire la qualità dell'aria prodotta da un sistema di trattamento aria è redatta dall'ISO e si chiama norma ISO 8573-1:2010. Vengono definite 6 classi di purezza in ordine decrescente ( più basso è il numero, più pura è l'aria ) e viene inoltre aggiunta una "classe zero" definita dal produttore del sitema quando vuole realizzare sistemi superiori in purezza alla classe 1, secondo standard che dovrà definire e garantire in autonomia.

I parametri considerati dalla norma per valutare la purezza dell'aria compressa sono 3 e determinano le tre cifre che compongono la classe:

  • - polveri o particelle solidi, misurate per numero di particelle per metro cubo;
  • - acqua, misurata per punto di rugiada in pressione ( °C o °F );
  • - olio, misurato per mg per metro cubo.

Pertanto un sistema di trattamento aria di classe 1.4.1 , per fare un esempio, sarà di classe 1 rispetto al particolato, 4 rispetto all'umidità e 1 rispetto all'olio.

Polveri o particelle solide in particelle per metro cubo

Le particelle solide, detta anche particolato, sono classificate in base al loro diametro e in particolare la norma tiene conto di tre diverse dimensioni:

  • - polveri di diametro compreso tra 1 micrometro e 5 micrometri
  • - particolato di diametro compreso tra 0.5 micrometri e 1 micrometro
  • - diametro compreso tra 0.1 micrometri e 0.5 micrometro

Per le polveri o particelle solide sono fissati i seguenti limiti:

  • - inferiore a 5mg di particelle per metro cubo per rientrare nella classe 6
  • - inferiore a 100.000 parti per metro cubo, con diametro massimo di 1 micron per rientrare nella classe 5
  • - inferiore a 10.000 parti per metro cubo, con diametro massimo di 1 micron per rientrare nella classe 4
  • - la classe 3 tollera al massimo 1.000 particelle per metro cubo di diametro tra 1 micron e 5 micron, ma ne ammette 90.000 tra 0.5 e 1micron
  • - la classe 2 tollera al massimo 100 particelle per metro cubo di diametro tra 1 micron e 5 micron, ma ne ammette 6.000 tra 0.5 e 1micron e 400.000 tra 0.1micron e 0.5 micron
  • - la classe 1 tollera al massimo 10 particelle per metro cubo di diametro tra 1 micron e 5 micron, ma ne ammette 400 tra 0.5 e 1micron e 20.000 tra 0.1micron e 0.5 
  • - se un produttore vuole immettere sul mercato un sistema di classe 0 devo scendere sotto i limiti della classe 1 e definirne le specifiche in fase costruttiva

Contenuto di acqua: cos'è la temperatura di rugiada

I limiti del contenuto di umidità nell'aria compressa sono misurati con la temperatura di rugiada in pressione ( in lingua inglese Vapor Pressure Dewpoint ) . Il punto di rugiada è il valore della temperatura alla quale l’umidità e il vapore acqueo presenti condensano sulle superfici trasformandosi in acqua liquida. Il tutto alla pressione di esercizio del sistema di trattamento aria.

Pertanto più la temperatura di rugiada è alta, più sarà la concentrazione di acqua nell'aria compressa. Meno sarà presente la concentrazione di umidità, più sarà necessaria una temperatura bassa perché questa condensi creando problemi al sistema di aria compressa.

Classi dell'aria compressa per contenuto di umidità

Per quanto detto nel paragrafo precedente, è intuitivo che la definizione delle classi proceda per temperature di rugiada decrescente:

  • - un sistema è di classe 6 se la temperatura di rugiada è inferiore a 10°C (50°F)
  • - un sistema è di classe 5 se la temperatura di rugiada è inferiore a 7°C (45°F)
  • - un sistema è di classe 4 se la temperatura di rugiada è inferiore a 3°C (37°F)
  • - un sistema è di classe 3 se la temperatura di rugiada è inferiore a -20°C (-4°F)
  • - un sistema è di classe 2 se la temperatura di rugiada è inferiore a -40°C (-40°F)
  • - un sistema è di classe 1 se la temperatura di rugiada è inferiore a -70°C (-94°F)

Come per il particolato, se un produttore vuole immettere sul mercato un sistema di trattamento aria compressa di classe 0 dovrà scendere sotto la temperatura di rugiada del classe 1 e specificarlo nel data sheet del prodotto.

Classi dell'aria compressa per concentrazione di olio

Una certa concentrazione di olio è presente nell'aria compressa proprio per le caratteristiche costruttive dei compressori, che essendo comunque delle macchine meccaniche hanno bisogno di lubrificazione nella maggior parte dei casi. Fanno eccezione i compressori oil free, ovvero senza olio, anche se non è sufficiente che un compressore sia dichiarato Oil Free perché sia completamente privo di concentrazioni infinitesimali di olio: perché ciò avvenga il compressore deve essere Oil free classe zero.

Vediamo comunque quali sono i limiti di concentrazione oleosa fissati dalla norma ISO 8573-1:

  • - la classe 4 ammette una concentrazione di olio inferiore a 5mg per metro cubo;
  • - la classe 3 ammette una concentrazione di olio inferiore a 1mg per metro cubo;
  • - la classe 2 ammette una concentrazione di olio inferiore a 0.1mg per metro cubo;
  • - la classe 1 ammette una concentrazione di olio inferiore a 0.01mg per metro cubo.

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Macchine elettriche : Motori e alternatori , sincroni e asincroni , monofase e trifase

Una macchina elettrica è un dispositivo che riceve in ingresso un'energia , di tipo elettrico o meccanico , e ne restituisce in uscita un'altra , di tipo elettrico o meccanico . Perché la macchina possa definirsi elettrica , almeno una di queste due energie deve essere appunto di tipo elettrico ( non è ovviamente una macchina elettrica una macchina che riceva in ingresso energia meccanica e la trasformi in energia meccanica , seppure di forma diversa ).

In base a questa definizione , possiamo considerare tre casi di macchine elettriche :

1) i motori , che ricevono in ingresso energia elettrica e la trasformano in energia meccanica
2) i generatori , che ricevono in ingresso energia meccanica e la trasformano in energia elettrica
3) tra le macchine elettriche che trasformano energia elettrica in altra energia elettrica con diverse proprietà , consideriamo i trasformatori e i convertitori rotanti.

Il trasformatore riceve in ingresso una energia elettrica caratterizzata da una tensione V , una corrente I e una forma d'onda di frequenza F e restituisce in uscita un'energia con la stessa frequenza F ma diversi valori di tensione e corrente. I trasformatori vengono infatti solitamente utilizzati per innalzare una tensione o abbassarla o come trasformatori d'isolamento.

Diversa è la casistica dei convertitori rotanti : benché siano stati utilizzati per molti anni per trasformare una tensione alternata in una tensione continua ( raddrizzatori o convertitori AC/DC ) , una tensione continua in una alternata ( convertitori DC/AC ) o una tensione alternata in un'altra alternata con diversa frequenza ( convertitori AC/AC ) , oggi il loro utilizzo è stato definitivamente sostituito dai convertitori statici come l'inverter , che utilizzano allo stesso scopo i dispositivi a semiconduttore. Restano comunque un validissimo esempio di come l'uomo si sia ingegnato , nel corso dei secoli , per modificare le grandezze elettriche ricorrendo a dispositivi meccanici.

Una proprietà quasi sempre rispettata dalle macchine elettriche di cui al punto 1) e 2) è quella di essere macchine reversibili , ovvero la stessa macchina che viene utilizzata come motore applicando una tensione elettrica agli avvolgimenti e prelevando energia meccanica dall'albero motore , può essere utilizzata come generatore , fornendo energia meccanica all'albero motore e prelevando energia elettrica agli estremi degli avvolgimenti.

Per questo , considerando ad esempio le due macchine più diffuse , si parla semplicemente di macchina asincrona trifase , macchina sincrona trifase lasciando la specificazione che si tratti di motore o generatore/alternatore all'uso che si fa della macchina stessa. In termini applicativi , comunque , la macchina sincrona trova molte più applicazioni come alternatore , mentre la macchina asincrona trova molte più applicazioni come motore.

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Contatti diretti e indiretti . Conduttore di terra , di protezione ed equipotenziale. Glossario norme CEI Lettera C

COLLETTORE PRINCIPALE DI TERRA

Il collettore principale di terra è detto anche nodo principale di terra è quell'elemento conduttore ( morsettiera , sbarra conduttrice , ecc ) a cui afferiscono tutti gli altri conduttori costitutenti l'impianto di terra , ovvero :
- il conduttore di terra
- il conduttore di protezione
- i conduttori equipotenziali
- il centro-stella del trasformatore nei sistemi TN

CONDUTTORE DI TERRA

Il Conduttore di terra (CT) è il conduttore deputato al collegamento del nodo principale di terra ai dispersori . La parte del conduttore che non è provvista di rivestimento ed è a stretto contatto col terreno ( ad esempio la corda di rame nuda interrata ) è da considerarsi parte integrante del dispersore stesso.

CONDUTTORE DI PROTEZIONE

Il conduttore di protezione (PE) è il conduttore che connette il nodo principale di terra alle masse . Nei sistemi TN-C il ruolo del conduttore equipotenziale può essere svolto dallo stesso conduttore di neutro , che viene detto conduttore PEN.

CONDUTTORE EQUIPOTENZIALE

Il conduttore equipotenziale ( principale ) è il conduttore che connette le masse estranee al collettore principale di terra. Se le masse estranee non vengono connesse direttamente al nodo principale di terra , ma tramite il conduttore PE , il conduttore che collega la massa estranea al PE viene detto conduttore equipotenziale supplementare.

CONTATTI DIRETTI

Viene definito contatto diretto il contatto di persone con parti attive , definite a loro volta come conduttori o parti conduttrici in tensione nel servizio ordinario ( ovvero in assenza di guasti ) . Fra queste parti attive rientra il conduttore di neutro ma non il conduttore di protezione.

CONTATTI INDIRETTI

Il contatto indiretto viene definito come il contatto di persone con una massa in tensione per un guasto. Si ricorda che una massa è una parte conduttrice che soddisfa le seguenti proprietà :
1) può essere toccata
2) non è in tensione in condizioni ordinarie
3) può andare in tensione in condizioni di guasto.

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L'obbligo di progetto degli impianti secondo il DM 37/08 ( Ex Legge 46/90 ) e la guida CEI-02

1. Contestualizzazione Storica e Fondamenti Normativi

L'evoluzione della disciplina relativa all'installazione di impianti all'interno degli edifici in Italia rappresenta un percorso di progressiva professionalizzazione e tutela della sicurezza. Prima dell'introduzione di una normativa specifica, circa 30 anni fa, l'installazione di impianti elettrici, idraulici, di riscaldamento, gas e altri sistemi tecnologici non richiedeva il possesso di particolari requisiti tecnico-professionali. Il mercato era lasciato all'autoselezione, e la realizzazione di un impianto poteva persino essere affidata al "fai da te" da parte dei proprietari. Questa situazione di potenziale insicurezza ha reso necessaria una regolamentazione strutturata.

La Legge 5 marzo 1990, n. 46 ha segnato una vera e propria rivoluzione in questo campo. Essa ha stabilito per la prima volta i requisiti professionali necessari per le imprese che intendevano operare nell'installazione degli impianti. Ha inoltre introdotto l'obbligo di progetto per gli impianti che superavano determinati limiti dimensionali e, soprattutto, ha reso obbligatoria per tutti gli impianti la Dichiarazione di Conformità (DiCo), un documento fondamentale per certificare che l'opera fosse stata realizzata a "regola d'arte". Questa dichiarazione è diventata presto un requisito indispensabile per ottenere certificati di agibilità e abitabilità per gli immobili.

Il Decreto Ministeriale 22 gennaio 2008, n. 37 (abrogando la Legge 46/90), ha rappresentato un ulteriore passo avanti, riorganizzando la materia e mantenendo i principi cardine della normativa precedente. Il D.M. 37/08 ha esteso l'ambito di applicazione a tutti gli impianti posti al servizio degli edifici, indipendentemente dalla loro destinazione d'uso. Ha ridefinito la classificazione degli impianti in sette categorie principali, dalla produzione di energia elettrica (lettera A) agli impianti di protezione antincendio (lettera G). Un elemento chiave introdotto dal decreto è il concetto di "punto di consegna della fornitura," dal quale la normativa inizia a essere applicata. Le recenti modifiche apportate dal

D.M. 192/22 hanno ulteriormente ampliato questa definizione, includendo esplicitamente anche i "punti di immissione" per i segnali e le reti dati, riconoscendo la crescente importanza delle infrastrutture digitali negli edifici moderni.

2. L'Obbligo di Progetto e le Sue Soglie Dimensionali

Una delle disposizioni più significative del D.M. 37/08 riguarda l'obbligo di redigere un progetto per l'installazione, la trasformazione o l'ampliamento degli impianti. Un'interpretazione superficiale potrebbe suggerire che questo obbligo sia limitato solo a casi complessi, ma la normativa stabilisce che il progetto è sempre obbligatorio, con l'eccezione degli impianti totalmente all'aperto o nei cantieri edili. La distinzione fondamentale, invece, risiede nella figura professionale che ha la responsabilità di redigere tale progetto: in alcuni casi può essere il responsabile tecnico dell'impresa installatrice, in altri è tassativamente richiesto un professionista iscritto all'albo (come un ingegnere o un perito).

Il quadro normativo stabilisce soglie precise per determinare se la redazione del progetto debba essere affidata a un professionista abilitato. Queste soglie, elencate all'Articolo 5, comma 2, del D.M. 37/08, tengono conto non solo delle dimensioni e della potenza dell'impianto, ma anche della sua destinazione d'uso e dei rischi specifici associati.

2.1. Soglie per l'Obbligo di Progetto da Professionista

  • Impianti in unità immobiliari ad uso abitativo: Il progetto di un professionista è necessario se l'unità ha una superficie superiore a 400 metri quadrati o una potenza impegnata superiore a 6 kW. L'obbligo sussiste anche se l'unità comprende una centrale termica a gas con potenza superiore a 35 kW, locali adibiti ad uso medico, o se ha una classe di compartimento antincendio uguale o superiore a 30.
  • Impianti in servizi condominiali: Un progetto professionale è richiesto per impianti con potenza impegnata superiore a 6 kW, per quelli che servono una centrale termica a gas con potenza superiore a 35 kW, o una autorimessa condominiale con capienza superiore a 9 veicoli che non si affacci su uno spazio a cielo libero. L'obbligo scatta anche se la classe di compartimento antincendio è superiore a 30 o se l'edificio ha un'altezza di gronda superiore a 24 metri.
  • Impianti in locali adibiti ad attività produttive, commerciali e del terziario: È sempre richiesto il progetto di un professionista in presenza di una cabina di trasformazione propria o se la superficie supera i 200 metri quadrati. L'obbligo è esteso a tutti gli impianti situati in luoghi con pericolo di esplosione o a maggior rischio di incendio.

La complessità di queste interazioni rende fondamentale per il professionista non limitarsi alla conoscenza del D.M. 37/08 in isolamento. L'obbligo di progetto, ad esempio, può essere innescato da normative esterne, come quelle di prevenzione incendi. Per gli impianti di protezione antincendio (lettera G), il progetto è obbligatorio se l'impianto è inserito in un'attività soggetta a Certificato di Prevenzione Incendi (CPI), o se il numero di idranti è pari o superiore a 4, o se il numero di apparecchi di rilevamento è pari o superiore a 10. Per individuare le attività soggette a CPI, è necessario consultare il

D.P.R. 1 agosto 2011, n. 151, che classifica le attività a rischio in base a parametri come la tipologia di materiali, la superficie o il numero di occupanti, come le autorimesse con superficie superiore a 300 metri quadrati. Questo dimostra che la progettazione "a regola d'arte" richiede un approccio integrato e una profonda comprensione delle normative interconnesse. Un'omissione in questo senso non solo produce un impianto non conforme, ma espone a pesanti sanzioni.

3. Le Riforme del D.M. 37/08: L'Impatto del D.M. 192/22

L'articolo originale, sebbene utile, non riflette le dinamiche di un mercato impiantistico in rapida evoluzione tecnologica. Il D.M. 37/08, originariamente focalizzato sugli impianti energetici tradizionali, non copriva adeguatamente le nuove esigenze legate alla trasmissione e gestione di segnali e dati.

Per colmare questa lacuna, è intervenuto il Decreto Ministeriale 29 settembre 2022, n. 192, in vigore dal 28 dicembre 2022, che ha modificato alcuni articoli del D.M. 37/08. Queste modifiche non sono di natura meramente terminologica, ma segnano un adeguamento cruciale del quadro normativo italiano agli standard europei e alle esigenze di un'economia sempre più digitalizzata.

3.1. La Nuova Definizione della Lettera B

La modifica più significativa riguarda la definizione degli "impianti radiotelevisivi ed elettronici in genere" (Lettera B). La nuova formulazione è molto più dettagliata e specifica, includendo: "impianti radiotelevisivi, le antenne, gli impianti elettronici deputati alla gestione e distribuzione dei segnali tv, telefono e dati, anche relativi agli impianti di sicurezza compresi gli impianti in fibra ottica, nonché le infrastrutture necessarie ad ospitare tali impianti". Questo aggiornamento normativo eleva gli impianti dati e di comunicazione al pari di quelli elettrici o idraulici in termini di importanza e requisiti di conformità. È una risposta diretta alla sfida del "digital divide".

3.2. L'Introduzione dell'Articolo 5-bis

Un'altra novità fondamentale è l'aggiunta dell'Articolo 5-bis, che impone specifici adempimenti al tecnico abilitato. Questo articolo rende il responsabile tecnico dell'impresa installatrice responsabile dell'inserimento nel progetto edilizio dell'edificio di tutte le parti di "infrastruttura fisica multiservizio passiva". Non si tratta più solo di installare cavi, ma di prevedere canalizzazioni, spazi e accessi che possano ospitare le future evoluzioni tecnologiche. Al termine dei lavori, il responsabile deve rilasciare la Dichiarazione di Conformità dell'impianto in base alle guide CEI pertinenti, attestando la realizzazione "a regola d'arte" anche per l'infrastruttura passiva.

3.3. Il Nesso tra DiCo e Agibilità

Un'implicazione pratica di queste modifiche è che la Dichiarazione di Conformità, già requisito fondamentale, viene espressamente confermata come documento necessario per la presentazione della "segnalazione certificata di agibilità" (ex-certificato di agibilità). Questo passaggio integra la conformità impiantistica nel processo di certificazione urbanistica, rendendo la corretta esecuzione e documentazione un elemento imprescindibile per la commerciabilità e l'uso legale di un immobile. La mancata produzione della DiCo può portare a pesanti sanzioni e persino alla sospensione della fornitura di servizi essenziali.

4. La Guida CEI 0-2 e i Livelli di Progettazione nel Nuovo Codice dei Contratti Pubblici

L'articolo di partenza fa riferimento alla Guida CEI 0-2 e alla Legge Merloni Bis (L. 216/95) per definire i livelli di progettazione. Tuttavia, questo quadro normativo è superato. Il riferimento alla Legge Merloni Bis è obsoleto, in quanto essa è stata abrogata e sostituita da successivi codici dei contratti pubblici. L'attuale riferimento normativo in materia di appalti pubblici è il

Decreto Legislativo 31 marzo 2023, n. 36.

In questo contesto in evoluzione, è fondamentale comprendere il ruolo e il valore delle guide tecniche. A differenza delle "Norme" CEI, che definiscono le condizioni sufficienti per l'esecuzione a regola d'arte di un impianto e hanno valore vincolante, le "Guide" CEI (come la CEI 0-2) hanno un valore orientativo e non prescrittivo. Ciononostante, il D.M. 37/08 stesso stabilisce che un progetto elaborato in conformità alle norme e guide CEI si considera redatto secondo la regola dell'arte.

La nuova edizione della Guida CEI 0-2:2025 è stata aggiornata per allinearsi al D.Lgs. 36/2023. Il nuovo Codice dei Contratti Pubblici ha semplificato i livelli di progettazione, passando da una struttura a tre a una a

due livelli: il progetto di fattibilità tecnico-economica e il progetto esecutivo.

Il progetto di fattibilità tecnico-economica costituisce il primo livello e ha lo scopo di individuare la migliore soluzione che offra il miglior rapporto costi/benefici per la collettività. Comprende studi preliminari e la definizione delle caratteristiche dimensionali e funzionali dell'opera.

Il progetto esecutivo è il secondo livello, che sviluppa il progetto di fattibilità in ogni minimo dettaglio. Esso deve identificare ogni elemento in termini di forma, tipologia, qualità, dimensione e prezzo, ed essere corredato da un piano di manutenzione che copra l'intero ciclo di vita dell'opera.

Per gli appalti privati, sebbene non vi sia l'obbligo di seguire formalmente questa struttura, la Guida CEI 0-2:2025 fornisce un modello di riferimento autorevole e riconosciuto per la redazione della documentazione di progetto.

Tabella 1: Confronto tra i Livelli di Progettazione

Nomenclatura Obsoleta (Legge Merloni Bis) Nomenclatura Attuale (D.Lgs. 36/2023) Note e Corrispondenze
Progetto Preliminare Non più previsto La fase preliminare di analisi è inglobata nel nuovo progetto di fattibilità tecnico-economica.
Progetto Definitivo Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica Fasi di sviluppo progettuale con contenuti più approfonditi rispetto al precedente "definitivo".
Progetto Esecutivo Progetto Esecutivo Mantiene il ruolo di dettaglio massimo per la realizzazione dell'opera.

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Sezionatore , Sezionatore Sotto Carico e Interruttore di Manovra Sezionatore. Glossario Norme CEI Lettera S

SEZIONATORE

Il sezionatore è un dispositivo in grado di assicurare , nelle condizioni di "aperto" il sezionamento del circuito a valle. L'apertura e la chiusura del sezionatore deve avvenire "a vuoto" , ovvero con correnti di intensità trascurabile : perciò il sezionatore viene solitamente impiegato per garantire la sicurezza in operazioni di manutenzione sul circuito.

Il sezionatore non è adatto all'apertura del circuito quando su di esso circola la corrente nominale e tantomeno correnti di sovraccarico e di cortorcicuito , ma deve essere in grado di portare ( nella condizione "chiuso" ) la corrente nominale dichiarata da costruttore. Il costruttore deve inoltre indicare la corrente che il sezionatore è in grado di sopportare in condizioni anormali di circuito ( Icw : corrente ammissibile di breve durata ) : tale corrente ha la durata convenzionale di 1s ed entro tale tempo il circuito deve essere aperto mediante un interruttore automatico ( che protegge il sezionatore dal cortocircuito e dal sovraccarico come qualsiasi altro componente elettrico ).

SEZIONATORE SOTTO CARICO E INTERRUTTORE DI MANOVRA SEZIONATORE

Il termine Sezionatore sotto carico è utilizzato soprattutto nell'ambito della media tensione ( MT ) per indicare un dispositivo che , oltre alla funzione di sezionatore , svolge anche la funzione di aprire il circuito quando su di esso circola la corrente nominale. In bassa tensione (BT) la dizione utilizzata è Interruttore di manovra - sezionatore (IMS)

( Riferimenti : CEI 23-11 , CEI 64-8 )

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Zone di pericolosità della corrente elettrica. Glossario Norme CEI Lettera Z

ZONE DI PERICOLOSITA' DELLA CORRENTE ELETTRICA

Quando si parla di pericolosità della corrente elettrica si fa riferimento , convenzionalmente , ad una suddivisione su base statistica del piano (t,I) , dove I è il valore della corrente ( in mA ) che attraversa un corpo di un individuo medio per un tempo t ( espresso in ms ) . Il piano viene suddiviso in 4 zone , come in figura 1 , a seconda della pericolosità degli effetti procurati dalla corrente stessa:
1) in zona 1 , ovvero per correnti inferiori a 0.5mA , non si hanno abitualmente reazioni percettibili
2) in zona 2 si hanno reazioni del corpo umano , ma senza effetti fisiologicamente pericolosi
3) in zona 3 si hanno effetti pericolosi , ma reversibili , che abitualmente si concludono senza danni organici : contrazione dei muscoli, difficoltà respiratorie , difficoltà nella formazione e nella conduzione degli impulsi del cuore , fino alla possibilità di arresto cardiaco. Non è tuttavia contemplata la possibilità di fibrillazione ventricolare , che costituisce la più probabile causa di morte in questi casi. Al crescere del tempo di esposizione , va comunque contemplata la possibilità di ustioni per effetto termico.
4) in zona 4 , invece , è prevista una certa possibilità di incorrere nella fibrillazione ventricolare , via via più probabile superando le curve c2 ( 5% ) e c3 ( 50% ) in figura 1.

( Riferimenti : CEI 64 - fascicolo 4985 art. 4.5 )

La figura 1 si riferisce ad una corrente alternata con frequenza fra i 15Hz e i 100Hz ed un percorso ipotetico che va dalla mano sinistra ai piedi. Per dedurre gli effetti equivalenti ( soprattutto in termini di probabilità della fibrillazione ventricolare) che una stessa corrente I , a parita di tempo di esposizione , avrebbe in caso di percorsi diversi attraverso il corpo del soggetto interessato , viene definito un fattore di percorso F tale che : Ieq=I/F .

Alcuni valori del fattore di percorso , per diversi possibili percorsi , sono riportati di seguito :
- mano sinistra - mano destra : F=0.4
- mano destra - piedi : F=0.8
- schiena - mano destra : F=0.3
- schiena - mano sinistra : F=0.7
- torace - mano destra : F=1.3
- torace -mano sinistra : F=1.5
- glutei - mani : F=0.7

Se ne deduce che i casi più pericolosi si hanno in caso di corrente fluente fra mano destra e mano sinistra o fra mano destra e schiena. Viceversa , se uno dei "poli" di ingresso/uscita della corrente è il torace , la pericolosità si riduce anche sensibilmente.

( Riferimenti : CEI 64 - fascicolo 4985 art. 4.5 ) 

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Rischio in Caso di Incendio , Classificazione dei Luoghi. Glossario Norme CEI Lettera R

RISCHIO IN CASO DI INCENDIO , CLASSIFICAZIONE DEI LUOGHI 

La classificazione del rischio in caso d'incendio segue due diversi criteri normativi a seconda dello scopo della classificazione stessa. Se lo scopo è il progetto dell'impianto elettrico , le norme CEI distinguono fra
- Luoghi Ordinari
- Luoghi a Maggior Rischio in caso d'incendio ( detti in gergo anche luoghi "marci" , secondo l'acronimo [MA]ggior [R]ischio [C]aso [I]ncendio )

Se lo scopo è invece la valutazione del rischio per i lavoratori dipendenti ai sensi dell'art.4 del D.Lgs 626/94 ( secondo le procedure indicate nel D.M. 10/3/98 ) , gli ambienti si possono classificare in :
1) Luoghi con livello di rischio elevato
2) Luoghi con livello di rischio medio
3) Luoghi con livello di rischio basso.

Che relazione debba esserci fra le due classificazioni è questione dibattuta , poichè la sezione 715 della norma CEI 64-8 ( quella dove vengono riportate le prescrizioni sull'impianto elettrico nel caso di maggior rischio in caso d'incendio ) non fornisce una procedura quantitativa per la classificazione del luogo ( afferma anzi esplicitamente che la classificazione esula dallo scopo della norma stessa ) e si limita a segnalare :
-aspetti qualitativi da tenere in considerazione nella valutazione del rischio in caso d'incendio ( densità di affollamento , entità del danno , presenza di materiali combustibili e/o infiammabili )
-esempi di luoghi a maggior rischio in cado d'incendio.

Tuttavia la constatazione che tutti i luoghi esemplificati dal CEI sono classificabili come ad elevato rischio o a medio rischio ai sensi del D.M. 10/3/98 , porta quasi tutti i progettisti a concludere che , qualora il datore di lavoro abbia valutato il luogo come a rischio medio o elevato in caso d'incendio , questa classificazione possa essere adottata ( salvo valutazione di errori da parte del datore di lavoro stesso ) come "dato di progetto" per la realizzazione dell'impianto elettrico secondo le prescrizioni della sez.715 della norma CEI 64-8

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Parti attive , Potere di Interruzione , Protezione di Backup. Glossario di elettrotecnica e norme CEI lettera P

PARTI ATTIVE

Le parti attive vengono definite come conduttori o parti conduttrici in tensione nel servizio ordinario. Fra queste è compreso il conduttore di neutro , ma non quello di protezione. ( Riferimenti : norma CEI 64-8 , art. 23.1 )

POTERE DI INTERRUZIONE

Il Potere di interruzione è una grandezza caratteristica dei dispositivi deputati ad aprire un circuito elettrico , quali interruttori , sezionatori , fusibili. Viene definita come la massima corrente che il dispositivo è in grado di "aprire" ( o interrompere ) : al di sopra di tale valore limite possono insorgere fenomeni che non assicurano l'assenza di corrente nei conduttori del circuito stesso ( come ad esempio l'instaurarsi di un arco elettrico persistente ).

La grandezza che più frequentemente viene confrontata con il potere di interruzione è la corrente di cortocircuito presunta ( Icp ) nel punto in cui il dispositivo di interruzione è installato : le norme prescrivono infatti che il potere di interruzione sia maggiore o uguale della corrente di cortocircuito presunta ( a meno di non ricorrere ad una protezione di back up ).

Negli interruttori automatici ad uso industriale (CEI 17-5) il potere di interruzione è ulteriormente classificato in :
b) potere di interruzione estremo ( Icu ) : è la massima corrente che il dispositivo è in grado di interrompere , senza garantire però il corretto funzionamento dopo il fenomeno ( ovviamente un corto-circuito ) .
a) potere di interruzione di servizio ( Ics ) : è la massima corrente che il dispositivo è in grado di interrompere garantendo il corretto funzionamento anche dopo l'interruzione. A seconda dell'interruttore Ics può essere 1/4 Icu o 1/2 Icu o 3/4 Icu o pari a Icu stessa ( per cui la distinzione non esiste ).

La distinzione non esiste nemmeno negli interruttori automatici per uso domestico e similare ( CEI 23-3 ) , nei quali si parla genericamente di potere di interruzione o di potere di interruzione nominale ( Icn ) .

Il potere di interruzione degli interruttori dipende dalle caratteristiche costruttive ; ragionando sulle proprietà di rigidità dielettrica dei corpi isolanti si deduce facilmente che le caratteristiche costruttive più importanti nel determinare il potere di interruzione sono :
1) il materiale isolante interposto fra i contatti ; a parità di altre caratteristiche gli interruttori in aria hanno potere di interruzione inferiore agli interruttori in olio , che a loro volta hanno potere di interruzione inferiore agli interruttori in esafluoruro di zolfo.
2) le dimensioni ; ovviamente il potere di interruzione aumenta con la distanza fra i contatti e quindi con la dimensione dell'interruttore stesso.

( Riferimenti : norme CEI 64-8/4 , CEI 17-5 , CEI 23-3 ) 

PROTEZIONE DI BACKUP

Il ricorso alla protezione di sostegno o protezione di back-up è una tecnica che permette di utilizzare una protezione contro il corto-circuito con potere di interruzione insufficiente ( cioè inferiore alla corrente di corto-circuito presunta nel punto in cui è installato il dispositivo ) , purchè :
1) si utilizzi a monte un dispositivo con potere di interruzione opportuno
2) il calcolo ( e la prova ) del potere di interruzione posseduto dalla combinazione delle due protezioni sia fornito dal costruttore dei dispositivi mediante opportune tabelle ( da cui discende che solitamente la tecnica del backup può avvenire solo fra dispositivi dello stesso costruttore ).

L'utilità del riconoscimento di questa tecnica da parte delle norme CEI ( norma CEI 64/8 art. 434.3.1 ) è evidente : si supponga ad esempio che un utilizzatore trifase sia rifornito dall'ente distributore (ENEL) in bassa tensione ( sistema TT ) e che il suo punto di allaccio sia nelle vicinanze di una cabina di trasformazione MT/BT dell'ente stesso. Per cause non dipendenti dalla sua volontà , l'utente si troverebbe con una corrente di cortocircuito presunta nel punto di allaccio di valore elevato e , se la tecnica del back up non rientrasse nella regola dell'arte , sarebbe costretto a ricorrere a interruttori magnetotermici ingombranti e molto costosi. Ricorrendo invece ad un interruttore generale automatico con potere di interruzione sufficiente e opportunamente coordinato con i dispositivi che gli sono a valle , il costo e l'ingombro di questi ultimi si riduce notevolmente

( Riferimenti : CEI 64-8 , art. 434.3.1 ).

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